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THE CAOS WENDERER- STEFANO FIORESI |
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domenica 17 maggio 2009 |
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Poggio gli occhi su un’opera di Fioresi e subito penso al film “Collateral “ nel quale un tassista viene fatto prigioniero da un killer e costretto a scortarlo durante la notte nelle proprie peregrinazioni notturne nelle strade e nei vicoli di New York,illuminati dalla sola luce artificiale. E durante questo viaggio si dipana un dialogo rivelatorio delle vite dei due protagonisti.Mi pongo spesso il dilemma dell’uomo pellegrino in questo mondo, di colui che cerca un proprio habitat ideale, di che vive nei piccoli paesi e vede le grandi metropoli come la vita vera, la possibilità di realizzazione, o di chi, stressato dalla vita di città , vorrebbe trovare un bel casale lontano dalla folla.Così spesso si parte alla ricerca di quel “qualcosa” che possa darci l’opportunità che cerchiamo da tempo, e questo è caratteristico dell’uomo contemporaneo, che spesso non ha più un focus , ma si sradica di continuo in un tragitto che difficilmente gli darà ciò che cerca.Una sequenza di evasioni che finisco anche con lo svilire i rapporti umani che si coltivano via via . Diciamo pure,,,ok c’è internet, siamo in contatto ovunque con chiunque, ma il contatto fisico, l’empatia umana svanisce come polvere sottile.Nella città un brulicare di esistenze si icontrano troppo rapidamente, ognuno rivolto al proprio compito. Ma il taxy è essenziale nella city.Affascinante la figura del tassista,,,lo paragonerei a un confessore , a un confidente “porzione singola”, della durata di una corsa.A lui sempre più spesso confidiamo le nostre nevrosi, i nostri dubbi, chiediamo consigli o ,semplicemente, facciamo una chiaccherata ,perchè ,diciamocelo, abbiamo bisogno di un contatto spirituale.Da un lato il tassista-confessore, dall’altro un individuo che impetuoso vuole raggiungere la meta, ma, tante volte, si dimentica per qualche minuto della corsa, per distendere l’animo in un’espressione del proprio io. |
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MARCO MEZZACAPPA-FRAMMENTI D'ETERNO |
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domenica 17 maggio 2009 |
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“Chi voglia davvero conoscere se stesso, deve riflettersi ,come in uno specchio, nella pupilla di chi gli stia di fronte,cioè nella parte migliore e più attiva del suo occhio…un occhio che guardi un altro occhio e fissi quella che è la sua parte migliore ,la pupilla, ,quella tramite la quale l’occhio stesso vede, vedrà se stesso” ( Alc I 133 A 5-7).Questo passaggio tratto dall’Alcibiade I mi ha colpita, perché è vero che si dice” l’ occhio è lo specchio dell’anima”, in effetti non è che ci sia soffermati molto su questo modus espressivo.Le donne dei lavori di Mezzacappa non hanno la fiammella(flagra) che gli antichi dicevano, fosse il fulcro dell’animo, sono soggetti senza sguardo, senza luce, senza vis vitae, senza forza vitale.Occhi che non si rivolgono quasi mai allo spettatore, quasi per la vergogna di mostrare la loro fragilità, che si esplicita anche nell’uso dei colori, la tenebrosa oscurità dei volti e dall’altro lato il fondo pastello che ne esalta il sentimento di malinconia.Il colore più volte cola dai soggetti, come fossero la speranza, le aspettative, i desideri stessi che abbandonano l’animo.La sfiducia e lo sconforto del nostro secolo finiscono troppo spesso per spogliarci delle ultime vestigia della nostra umanità. Attimi rubati a riflessioni del cuore, non sono solo elucubrazioni cerebrali, ma istanti di lucidità, e l’istante è quel frammento di tempo che rimane incastonato nell’eternità. |
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domenica 10 maggio 2009 |
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La vita e l’arte sono una questione seria! O forse no?Macchè! La pungente ironia delle opere di Adriano Persiani con sottile arguzia stuzzica,tra il serio e il faceto, il nostro pneuma più intimo. E’ una traversata sinestetica, una peregrinazione nella Santiago de Compostela di uno stravagante demiurgo che sa cosa vuol dire azzardare con stile. Il gioco sovverte il consueto, l’oggetto perde la sua originale funzione per divenire tramite tra universi differenti. Da un lato la certezza della medicina scientifica ,dall’altro quella data solo dall’illuminazione della fede, rivolgendosi a un ente superiore di cui non si hanno prove tangibili. Bislacche convinzioni umane, che molto raramente si palesano così assolute. E’ davvero affascinante pensare come spesso un individuo che si dica convinto del proprio ateismo ,nel momento in cui giunga al termine della propria esistenza, si riavvicini in confidenza alla fede…stravagante eppure così reale! Adriano è capace di entrare in un territorio concettualmente gravoso con la leggerezza e lo spirito di un fantasista abile nel comporre una sinfonia di opere esteticamente pregevoli, di fattura eccellente e studiate con perizia ineccepibile. Nel lavoro dell'artista l'ornamento ridondande collima e sposa il minimalismo della forma, assicurando così un minuzioso gioco di equilibri. Così un lettino da campo pieghevole,utilizzato in casi di estremo soccorso, viene rivestito con un paramento sacro viola e dorato, che ritrova al centro una croce in passamaneria e ai piedi una vecchia busta, solitamente utilizzata per la raccolta delle offerte durante la funzione religiosa, contenente non soldi bensì guanti chirurgici. Meditate figlioli, meditate! Ma non arrovellatevi le cervella, vivete l'intrattenimento in questa terra senza perdervi in tortuose elucubrazioni, le jeeux sont libres, i giochi sono aperti, tanto vale puntare, e poi chissà, magari qualche divinità lassù sorride, “colpiti come un fiore nella danza”. Questo solo per fare un esempio di ciò che vi aspetta in questa mostra... |
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